21 ottobre 2016

Ciao, Bruno

Questa mattina appena avuto notizia della, non so come dirlo se non nel modo piĂą semplice e diretto, morte di Bruno, ho avuto la tentazione di andare a cercare fra le vecchie foto, quelle di carta, quelle vere di una volta, un suo bel ritratto. Anche Bruno era un personaggio d'altri tempi, di quelli che si formavano artisticamente lavorando, non nelle scuole o nelle accademie. Fino a un certo punto della sua vita ha cercato di ricoprire il ruolo che il destino gli aveva riservato, seguendo quel percorso obbligato che si addiceva al figlio di una sarta e di un elettrotecnico, nato a Sampierdarena: si era laureato in lingue, era entrato a scuola giovanissimo diventando un buon insegnante di inglese, si era sposato, perchĂ© come diceva lui, a Savigliano, dove il Ministero dell'Istruzione lo aveva destinato, soprattutto in inverno faceva freddo e non c'era molto da fare, tutto sembrava avviato nella "giusta" direzione. Ma poi, qualcosa si rompe, il meccanismo si inceppa e Bruno sente il bisogno di cambiare vita e, forse per la prima volta, seguire la propria natura. Sceglie il teatro. Se non sbaglio, inizia con la compagnia del Teatro Laboratorio di Giuliana Manganelli e Vito Malcangi. Dopo poco, approda al Teatro della Tosse appena nato e, a parte un breve importante periodo di lavoro con Leo De Berardinis, dona alla Tosse i suoi anni piĂą belli e piĂą intensi. Comincia come attore: con quel fisico particolare e quell’energia comica e sentimentale a un tempo si fa notare in ogni ruolo. 

Quasi subito si avvicina alla scenografia e al costume, lavorando per trent'anni al fianco di Lele Luzzati realizzando costumi straordinari, spesso senza nemmeno avere i bozzetti, tanto Lele si fidava di lui e lo stimava. Emblematico fu il caso di Ubu Incatenato nel 1995, quando Lele portò in sartoria una dozzina di illustrazioni dicendo a Bruno «Questi sono i bozzetti, tu sicuramente saprai come fare». Bruno, guardando quei bellissimi collage, proprio non si poteva chiamarli bozzetti, sbiancò: donne con tre tette e teste enormi, dottori con la pancia dietro e gli occhi ai lati della testa, altri personaggi con teste a pera, tre gambe, un naso a forma di culo. Bruno, bofonchiando improperi e ridendo sotto i baffi, perchĂ© alla fine queste sfide gli piacevano, cominciava a giocare con materiali, tessuti, ricicli, nasceva la sua creazione. Erano vere opere d'arte quelle che alla fine andavano in scena. Lele sapeva che certi costumi poteva proporli solo alla Tosse, perchĂ© Bruno avrebbe  capito e realizzato l'impossibile.

Bruno è diventato un costumista straordinario, artisticamente gli devo davvero tanto, solo per dire i primi che mi vengono in mente, i costumi di Alice, del Sogno e di Scacco matto.

Bruno attore era un animale più complesso. Anche dopo trent'anni di “onorata carriera”, come diceva sempre lui, quando entrava in scena era sempre teso e ansioso come fosse la prima volta, forse questo era il suo limite. Eppure ha interpretato personaggi straordinari. Mi piace ricordare gli ultimi perché più vivi nella mia labile memoria: strepitosamente comico, in uno dei suoi ultimi ruoli in Sogno di una notte d'estate quando interpretava il capocomico, dando il ritmo alla scena. Oppure l'anziana signora di Shakespeare Dream che, disquisendo con la signora inglese interpretata da Nicholas Brandon, faceva da contrappunto comico ad altre scene più drammatiche dello spettacolo. Il dottor Pangloss in Candido con quella voce cavernosa da tabagista incallito. La Regina Rossa di Alice. La professoressa di inglese ne La Classe III B.

E poi, non posso non ricordare i Burattini, che trattava come fossero figli suoi. Li disegnava sul legno, li ritagliava col seghetto alternativo, li vestiva, li curava, dava loro parole ed emozioni. Quando i burattini avevano imparato la loro parte li portava a esibirsi, si presentava davanti a platee urlanti di bambini, che fingeva di detestare ma che in realtĂ  amava. Diceva che erano il miglior pubblico che si possa sperare di avere. I bambini non si lasciano abbindolare dalle mode o dai pregiudizi e non hanno pudori, manifestano subito il loro divertimento, quanto la noia. I bambini lo amavano, Bruno, e i burattini anche. 

Poi ci sarebbero tante cose belle, perché per me Bruno è stato molto più di un amico o un maestro o un parente, anche tutte queste cose insieme e potrei parlare del suo modo assurdo di volerti bene, e se non ti mandava a fare in culo appena ti vedeva, voleva dire che non te ne voleva affatto. E tante altre cose, ma sono cose nostre, cose personali. E so che mi mancherà, ci mancherà a tutti e ora smetto di scrivere perché le lacrime mi impediscono di vedere la tastiera e finisce che non si capisce niente.

Comunque quelle foto non le ho tirate fuori, ma sono sicuro che non ne avrei trovata neanche una senza la sigarette in mano.
Emanuele Conte 


Caro Bruno, ossimoro fatto persona! Come tutti gli individui piĂą interessanti – e tu lo eri, eccome – eri un insieme di contrasti: prima di tutto brutto fuori – di una bruttezza originale, quasi dadaista, perfetta per stare in scena – e bello dentro. Amante delle battutacce in genovese – io sono di Sampierdarena, dicevi sempre – e cultore degli scritti piĂą raffinati di Samuel Beckett. Facevi sfoggio di cinismo e di astuzia, ed eri entusiasta e candido piĂą di un bambino. Avevi una cultura profonda e raffinata unita a una manualitĂ  non comune e inventiva: sempre a cuocere stoffe e a ritagliar velluti, a scoprire in un pezzo di polistirolo scovato nella spazzatura un’”anima artistica”. Avevi smesso di cercar di  formare allievi facendo l’insegnante d’inglese, e formavi persone, con il tuo esempio di onestĂ  e coerenza intrisi di beffardo umorismo, e, in linea con l’inglese, con il tuo “understatement”. Tra i pochissimi “insegnanti di ruolo” ad aver abbandonato l’assoluta certezza di una cattedra – ma lei è “di ruolo”! ti gridavano le segretarie sbalordite - per immergerti nell’avventura del teatro, e che teatro avventuroso, la Tosse! 

Mi assalgono i ricordi, soprattutto quelli dei “tempi eroici” – ed eroici lo sono un po’ ancora, credo – e sono soprattutto ricordi notturni. 

Una delle notti “buie e tempestose” passate nell’ufficio del Teatro Alcione, tu, Enrico Campanati ed io. PiĂą che un ufficio era una macelleria adattata ad inadatti compiti di segreteria, ma continuava a sembrare una macelleria, per via del fatto che Luzzati e Tonino Conte avevano voluto mantenere il grande banco di marmo: si dovevano finire le pratiche del Ministero, si era sul filo di lana. Verso le 6 di mattina si impacchettava tutto con il cuore in gola – non c’era non dico internet, ma anche il fax era di lĂ  da venire – e Bruno ed Enrico correvano alla stazione Brignole, dove l’ufficio del “fuori sacco” era aperto tutta la notte. 

L’altro ricordo notturno è quello della notte del Kathakali Kalamandalam sempre al Teatro Alcione, uno spettacolo di danza indiana la cui presenza avevamo organizzato in collaborazione con la Giovine Orchestra Genovese. Era previsto che la danza durasse tutta la notte fino all’alba. L’idea della danza notturna aveva entusiasmato tutti, anche il pubblico. Però, con l’avanzare della notte, le mascherine “quasi volontarie” che ci aiutavano si erano diradate e alle fine eravamo rimasti solo Bruno ed io a sorvegliare l’ingresso del teatro. Beh, come buttafuori non avevamo proprio il fisico, ma in qualche modo ce la cavammo e alla fine anche l’ultimo ubriaco e tipo strano si arrese e se ne andò.

Allora senza rimorsi chiudemmo la porta a vetri del teatro e andammo a goderci anche noi, alle 6 del mattino, l’ultima giravolta della meravigliosa danza tradizionale indiana, che celebra il sorgere del sole.

Ecco, alzo la testa e vedo anche qui a Genova il sole che splende, mentre l’oscuritĂ  si è tutta diradata, e mi viene in mente il detto di un filosofo: non rattistriamoci perchĂ© un grande uomo  se ne è andato, rallegriamoci che sia vissuto e di averlo conosciuto.

Maria De Barbieri

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