10 ottobre - 20 ottobre

Disgraced

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di Ayad Akhtar, traduzione e regia di Jacopo Gassmann

Joseph Jefferson Award nel 2012 come miglior Nuovo testo

Premio Pulitzer 2013 per il Teatro 

Obie Award 2013 per la Drammaturgia


Un testo di Ayad Akhtar, autore americano di origini pakistane, vincitore del Pulitzer 2013 per il teatro, tra i maggiori successi drammaturgici degli ultimi anni. La traduzione e la regia sono di Jacopo Gassmann. Lo spettacolo è  coprodotto dal Teatro della Tosse di Genova e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale. 

Disgraced   è  una  moderna  tragedia  greca, ambientata  in  una  Manhattan  ricca, colta  e  liberale.  Il testo ruota  intorno a  temi di fortissima  attualità  quali le  potenziali tensioni fra  le  fedi religiose  e  il mondo odierno, la  difficile  e  pur  necessaria  convivenza  fra  le  diverse  identità  etniche, esplorando sia le  possibili aperture  ma  anche  le  ipocrisie  e  i pregiudizi che  spesso ne  conseguono e  che, come  Ã¨ stato sottolineato dalla  critica,“tuttora  segretamente  persistono anche  nelle  cerchie  culturali più progressiste”.  Un testo tutto contemporaneo tra i più complessi di Ayad Akhtar, autore nato in America, ma di origini pakistane, scritto tra il 2011 e il 2013, e vincitore del Pulitzer per il teatro (2013). 

Amir  Kapoor, avvocato finanziario, educato e  cresciuto in  America  ma  di origini pakistane, sta velocemente  scalando i gradini del  successo allontanandosi,  però, dalle  sue  radici culturali. Quando lui e  sua  moglie  Emily , una  pittrice  newyorchese  che  sta  portando avanti una  ricerca  su  temi islamici, decidono di invitare  a  cena  il  noto curatore  d'arte  Isaac  con  sua  moglie  Jory, quella  che comincia  come  un'amichevole  conversazione  velocemente  si trasforma  in  un  acceso confronto su alcune  delle  più  complesse  questioni del  dibattito politico e  religioso contemporaneo. In  un  perfetto meccanismo drammaturgico, i rapporti umani fra  i protagonisti ne  verranno profondamente modificati. 

Traduzione e regia sono di Jacopo Gassmann, che ha deciso di affidare i ruoli dei protagonisti a Hossein  Taheri, Francesco Villano, Lisa Galantini, Saba Anglana e Marouane Zotti.

di Ayad Akhtar 

traduzione e regia di Jacopo Gassmann 

con Hossein  Taheri, Francesco Villano, Lisa Galantini, Saba Anglana, Marouane Zotti  

luci Gianni Staropoli 
video Alfredo Costa

scene Nicolas Bovey 

costumi Daniela De Blasio

assistente alla regia Mario Scandale

assistente scenografa Nathalie Deana

ufficio stampa Benedetta Cappon

coproduzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse e Teatro di Roma – Teatro Nazionale

"Disgraced" è un testo di chiara matrice americana, soprattutto nella misura in cui ognuno dei personaggi, a suo modo, sente fortemente sia il desiderio che la pressione di doversi allineare a un certo modo di essere dettato dalle narrazioni dominanti, che spesso costringono le minoranze ad interiorizzare un senso di oppressione: “la doppia coscienza”, come diceva Du Bois, “questa particolare sensazione di guardarsi sempre attraverso gli occhi degli altri”. Ed è all'interno di questo orizzonte, così fortemente esacerbato in seguito agli eventi dell'11 Settembre, che l'autore esplora quanto profonde possano essere le contraddizioni e le difficoltà di rappresentazione di sé per chi proviene da altri retaggi culturali e sta oggi cercando una sua identità nel nuovo paese d'adozione, come Amir Kapoor, moderna figura shakespeariana.

E' l'autore stesso a fornirci un viatico al testo:“Vedo l'esperienza Americana come un qualcosa che è definito dal paradigma di rottura e rinnovamento, tipico del migrante: la rottura con il vecchio mondo, le vecchie abitudini, e il rinnovamento del sé in un luminoso ma difficile Nuovo Mondo... Noi celebriamo il rinnovamento ma non riusciamo ad elaborare la rottura. Questo fallimento indica la grande solitudine della vita americana.”

In uno scacchiere politico in perenne mutazione, sempre più soggetto a cicliche eruzioni di rabbia e irrazionalità, le identità conflittuali così palpabili in questo testo ci dimostrano quanto forte sia il disorientamento e quanto fragile possa essere la natura della tolleranza.

L'elemento che però, in ultima analisi, rende questa opera particolarmente viva (e toccante, a mio avviso) è la capacità dell'autore di porsi in ascolto di ciascuno dei suoi personaggi, avvicinandoli a noi nelle loro imperfezioni e vulnerabilità, nelle loro paure e contraddizioni. In questo modo non si può non arrivare a comprenderli, anche quando le differenze ideologiche sembrano mettere in scacco sia il loro che il nostro punto di vista.

Ayad Akhtar è un vero autore proprio nella misura in cui il suo teatro, nel chiamarci a una complessa verifica del nostro presente, non smette mai di rivelarci qualcosa di noi stessi.

Jacopo Gassmann

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